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1.  PREMESSA Le immagini stanno cambiando la fisiologia della visione. I nuovi media hanno contribuito ad accelerare e a dare alla parola “immagine” un connotato dinamico e ultrapercettivo. Dall’immagine singola si è passati alla visione perpetua e ci si è abituati al ritmo, al fluire continuo e ininterrotto delle correnti visive. L’immagine appare sempre più ambigua, smaterializzata, soggetta ad una manipolazione che diventa ormai una prestidigitazione della realtà. Ma perché si continua a fotografare in un mondo fatto di immagini dinamiche continue? Spinto dalla fascinazione esercitata dai lavori di Tony Leone vorrei provare a rispondere facendo  alcune considerazione sull’arte della fotografia … 2.     Mi ricordo di avere incontrato Tony per strada. Casualmente. Lui è sceso festante dalla macchina e, prima ancora di salutarmi, mi hai scattato una fotografia… Per un pittore vedere è pensare, per un fotografo vedere è sentire. La visione è connaturata alla sensibilità. Ma su questo aspetto torneremo dopo. Guardando le foto di Tony Leone mi sembra di immaginare il suo agire fisiologico mentre scatta: non cerca l’inquadratura, “semplicemente” fotografa. L’atto è ormai connaturato al sentire, al suo modo di stare al mondo osservando… Ma questa definizione non ci tragga in inganno perché, come dice Arnheim, l’osservazione è un processo tutt’altro che elementare. Esso è nel contempo creativo e dinamico. Osservare significa analizzare il dato sensibile, integrarlo per fornire una personale visione del mondo. Scrivo la parola “mondo” nell’accezione di ciò che si offre alla nostra esperienza, ciò che possiamo pensare e trasformare in immagine. In questo senso l’esperienza artistica diventa un’indagine aperta sul visibile che si offre ai nostri sensi. Chi fotografa sottrae una porzione di realtà al caos del contingente per  restituirla chiarificata. L’arte perfeziona il mondo, lo migliora eliminando l’accidente, il gioco della casualità, il fato. Come affermavamo prima, per dare vita al processo creativo, il fotografo ha bisogno di integrare due aspetti fondamentali del processo artistico: quello del vedere e quello del sentire. In questo caso “vedere” significa confrontarsi con la realtà: aprire gli occhi e osservare, come in una fugace visione impressionista. “Sentire” è lasciare che il mondo si apra dentro di noi, facendosi attraversare dal dato visivo percepito, perché nell’arte non ci può essere visione esteriore senza percezione dello spazio interiore.  3.  Mi chiedo se le immagini possiedano una vita propria, una vita nascosta, recondita, che si svela soltanto ad uno sguardo partecipe… Si, le immagini sanno svelarsi e mostrare la loro anima segreta, sanno entrare in relazione con chi le osserva. Ciò che si rivela allo sguardo è allora una proiezione empatica del vissuto; si crea una comunicazione sottile tra l’artista e lo spettatore. Tra l’ideatore e colui che è davanti al mistero della visione. Ho scritto “mistero” perché sono convinto che l’arte sia sempre generata da un’alchimia, quella di un’anima che entra in contatto con il mondo grazie alla propria sensibilità interiore. Per un fotografo la parola “sensibilità” indica molte cose; è un riferimento particolarmente prezioso, da cui non può prescindere. Un paradigma con cui misurare le proprie attitudini visionarie. Egli è infatti un’artista, “sensibile” per natura, incline cioè a vivere emozioni di carattere estetico; ma anche la carta fotografica è sensibile. Infatti, la “sensibilità” indica la predisposizione della carta a lasciarsi impressionare dalla luce. Il processo artistico inizia con il vedere- sentire (la visione sensibile) e, attraverso il medium della sensibilità, il fotografo interpreta ciò che lo circonda offrendo al pubblico la propria visione, il proprio sguardo sulla realtà. Penso alla fotografia  come alla forma d’arte che ha la possibilità di trasformare gli stimoli visivi in riflessioni, cioè in pensiero visivo. La visione esteriore  coincide con quella interiore, e finalmente l’occhio e l’anima diventano un’unità inscindibile. L’artista deve “esporsi”, darsi alla luce. Deve offrirci la propria visione delle cose, farci partecipi di una particolare sensibilità alla luce che acquista un senso ulteriore nel farsi  interpretazione, Poetica. 4 Oltre ad essere  creazione, il processo fotografico è anche trasformazione del visibile. Infatti, attraverso la sensibilità, può anche accadere che il sentito venga trasformato. Così prende forma un “Viaggio parallelo” nel quale l’immagine subisce un progressivo slittamento di senso. E come in una visione surreale, il dato iniziale, lo scatto primigenio, subisce una modifica. Il primo segno di questo cambiamento è nel titolo dato alle immagini. Esso, infatti, colloca lo scatto in un ambito diverso dal punto di partenza, lo decontestualizza. Spostando il senso semantico della foto, questa acquista un altro significato, diverso e sorprendente. Osservando “Alien attack” ci troviamo davanti a delle truppe minacciose che avanzano verso un nemico ipotetico, mentre il cielo nel fondo si colora di una serenità irreale. L’occhio dello spettatore non vede una spiaggia con delle conchiglie perché il fotografo ci propone un’altra realtà, facendoci immaginare l’imminente movimento di truppe di attacco marziane. Non è un semplice gioco ma un procedimento caro a tanta arte contemporanea, la quale decontestualizzando  rinnova il senso degli oggetti e la loro fruizione estetica. La spiaggia perde la sua innocente banalità e diventa un campo di manovra e di battaglia…   E cosa aggiungere di fronte alla veduta prospettica di una “Vendicari”  che ci appare così trasfigurata da appartenere ad un sogno inquietante; un’immagine che sembra scaturita da un viaggio nell’orizzonte onirico, una visione intessuta di sospensioni del tempo- spazio ordinario. Virata così tanto da diventare un frammento di quotidiana irrealtà visionaria. Ed ecco un’altra qualità degli scatti di Tony Leone: la luce, che dovrebbe definire l’essenza delle cose, in realtà serve per allontanarci dalla mera fisicità quotidiana. Ma si badi bene, questo allontanamento non è perdita ma nuova acquisizione, nuova costruzione di senso; è un modo per rinnovare l’intimità con gli oggetti d’affezione. Infatti, osservando le immagini fotografiche dei visi e dei corpi si sente l’esigenza di ritrarre qualcosa che travalica il semplice dato emozionale  della figura della persona cara. Per Tony l’immagine è proiezione, rappresenta il tentativo di attraversare il contingente per spingersi in una dimensione quasi astratta dove il tempo fisico si congela e al suo posto prende forma il tempo interiore del ricordo e dell’amore. Proprio per questo, guardando il suo portfolio, una galleria di immagini a lungo meditate, scopriamo una particolarissima infiltrazione di luminosità  emozionale … Infatti la sensibilità artistica di Tony si è formata in un jardin  clos coltivato in silenzio e nel corso degli anni perché il suo lavoro ha bisogno di affinarsi lentamente nel tempo per giungere alla giusta tonalità interiore. Allora le emozioni si annidano negli interstizi della visione e ci mettono in contatto con l’indefinibile realtà della memoria. In questo modo la fotografia diventa un frammento atemporale. Uno spazio assoluto. Un’opera d’arte. In conclusione, per rispondere alla domanda posta in precedenza, penso che si continui a fotografare in un mondo fatto di immagini dinamiche perché lo scatto fotografico rappresenta un’amplificazione delle nostre proiezioni affettive ed emozionali. Soltanto l’arte può sottrarci dal tempo effimero che ci allontana  dal nostro spazio interiore. Dalla nostra libertà segreta. Dalla vita. Seguendo la traccia lasciata dalla sua visione sensibile, Tony Leone  trasfigura l’esistenza nel tempo, immergendoci nel suo inesorabile fluire… Tutti hanno la possibilità di  rifuggire dalla vita tranne gli artisti. Questo è il pegno da pagare al talento. Come diceva Andrè Breton, “Cara immaginazione, ciò che mi piace di te è che non perdoni”. Per Tony 26 ottobre 2010                              
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